Il Pozzo Sacro di Santa Cristina, situato nel cuore della Sardegna, nel territorio di Paulilatino (provincia di Oristano), è oggi uno dei monumenti archeologici più affascinanti e misteriosi dell’isola. La sua perfezione architettonica, l’allineamento astronomico e il legame con i culti legati all’acqua lo rendono un unicum nel panorama mediterraneo. Ma come è stato scoperto? Chi per primo lo descrisse? E come si è arrivati agli scavi che lo hanno restituito alla sua forma attuale?
In questo articolo ripercorriamo la storia della scoperta del Pozzo Sacro di Santa Cristina e le principali campagne di scavo che hanno permesso di comprenderne, almeno in parte, la funzione e l’importanza.
Le prime segnalazioni ottocentesche
La prima notizia scritta sul Pozzo Sacro risale al 1851, quando il canonico Vittorio Angius e Goffredo Casalis lo citarono nel loro Dizionario geografico, storico, statistico e commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna. Nella descrizione di Paulilatino si legge infatti di una “costruzione singolare in forma di imbuto”, situata accanto alla chiesa di Santa Cristina, allora ritenuta pertinenza dei monaci camaldolesi di Bonarcado.
Gli autori sottolinearono come nessuno, fino a quel momento, fosse riuscito a spiegare l’utilità di quella struttura. Era il primo segnale che attorno al monumento aleggiava già un’aura di mistero.

Giovanni Spano e la prima descrizione archeologica
Pochi anni dopo, nel 1857, il canonico Giovanni Spano, considerato il padre dell’archeologia sarda, rimase profondamente colpito dal monumento. Ne parlò nel Bollettino Archeologico Sardo, descrivendo con attenzione l’architettura ciclopica del pozzo, costruito con grandi massi di basalto vulcanico, lavorati senza l’uso di malta.
Spano ne riportò anche i disegni realizzati dal giovane Vincenzo Crespi, che permisero agli studiosi di avere per la prima volta una documentazione tecnica della struttura. Tuttavia, l’interpretazione del canonico non era ancora corretta: egli riteneva infatti che il pozzo fosse una sorta di prigione o di carcere sotterraneo, ipotesi diffusa in quel periodo per spiegare manufatti di difficile comprensione.
I primi equivoci interpretativi
Anche Alberto La Marmora, nel suo Itinerario dell’Isola di Sardegna (1860), riprese la descrizione di Spano, senza aggiungere elementi nuovi. Nel 1869 il viaggiatore tedesco Heinrich von Maltzan parlò del Putu de S. Cristina, considerandolo ancora un’opera medievale, segno che la funzione originaria del monumento rimaneva oscura.
Bisognerà attendere l’inizio del Novecento per assistere a un cambio di prospettiva.
Antonio Taramelli e l’intuizione del culto delle acque
Nel 1917, l’archeologo Antonio Taramelli, impegnato negli scavi del Pozzo Sacro di Santa Vittoria a Serri, tornò a riflettere anche sul sito di Paulilatino. Pur senza condurre indagini sistematiche, comprese che le analogie tra i due monumenti non lasciavano spazio a dubbi: non si trattava né di una prigione né di un semplice pozzo d’acqua, ma di un tempio ipogeico legato al culto delle acque.
Taramelli intuì anche che la scala monumentale non servisse a un uso pratico – attingere acqua – ma fosse destinata a una discesa rituale, connessa a cerimonie religiose. Questa osservazione aprì la strada a nuove interpretazioni, che verranno confermate solo molti decenni dopo.
Gli scavi di Enrico Atzeni
Il nome che più di tutti resta legato al Pozzo Sacro di Santa Cristina è quello di Enrico Atzeni. Negli anni Sessanta, ancora giovane assistente del professor Giovanni Lilliu, Atzeni avviò la prima vera campagna di scavo sistematico nell’area.
La situazione era drammatica: il monumento era stato gravemente danneggiato dai tombaroli, che avevano persino usato esplosivi per saccheggiare i conci e gli oggetti sepolti. Atzeni, con grande rigore, avviò un’operazione di recupero e restauro che permise di ricostruire la forma originaria del pozzo, distinguendo accuratamente le parti autentiche da quelle reintegrate.
Fu grazie al suo lavoro che l’area sacra tornò leggibile e visitabile, con la definizione del recinto esterno, del vestibolo e delle tracce di sedili che testimoniano la funzione rituale del luogo.

Architettura e simbolismo
Il tempio a pozzo di Santa Cristina è formato da un vestibolo, da una scala di 25 gradini e da una camera ipogeica a pianta circolare, con copertura a falsa cupola (tholos). L’ingresso è perfettamente orientato secondo fenomeni astronomici: durante gli equinozi, la luce del sole penetra lungo la scalinata illuminando l’acqua, mentre in occasione di alcune fasi lunari la volta riflette con precisione i raggi.
Questi dettagli rafforzano l’interpretazione di un luogo sacro dedicato al culto dell’acqua, elemento vitale e al tempo stesso simbolico, legato alla fertilità, alla rinascita e alla connessione con il divino.
Leggende e tradizioni popolari
Accanto alle spiegazioni scientifiche, non mancano le leggende popolari. Una di queste racconta che proprio nel pozzo scomparve Santa Cristina, perseguitata dal padre perché rifiutava un matrimonio imposto. Un’altra narra di poteri magici e pericolosi dell’acqua del pozzo, tanto che ancora oggi c’è chi sconsiglia di bagnarsi.
I bronzetti offerti alla divinità per rendere grazie a seguito di guarigione e protezione dimostrano una spiritualità profonda legata all’acqua come elemento purificatore e curativo.
Queste storie testimoniano come, anche dopo millenni, il monumento abbia mantenuto un’aura di sacralità e mistero.
Il valore del Pozzo Sacro oggi
Oggi il Pozzo Sacro di Santa Cristina è considerato uno dei più importanti esempi di architettura nuragica legata ai culti dell’acqua. Fa parte di un complesso archeologico che include anche un villaggio nuragico, una capanna delle riunioni e diversi nuraghi sparsi nel territorio circostante.
È una tappa imprescindibile per chi vuole scoprire l’archeologia della Sardegna e un luogo che unisce scienza, storia, spiritualità e mito.
La storia della scoperta del Pozzo Sacro di Santa Cristina è emblematica: da curiosa “costruzione a imbuto” segnalata nell’Ottocento, a carcere o prigione secondo le prime interpretazioni, fino al riconoscimento come straordinario tempio nuragico dedicato al culto delle acque, grazie agli studi di Taramelli e agli scavi di Enrico Atzeni.
Oggi, visitare il sito significa non solo ammirare una delle più raffinate architetture dell’età nuragica, ma anche immergersi in un viaggio tra mito e archeologia, alla ricerca di un passato che continua a parlarci con la sua forza millenaria.


